L’incompetenza domina e la competenza vacilla.
Il principio di Dunning-Kruger è quella dinamica psicologica per cui chi è meno competente tende a sopravvalutarsi, mentre chi è davvero capace spesso mette in discussione le proprie abilità. Questa discrepanza nasce da un problema semplice: per giudicare una competenza, serve averne almeno una minima padronanza. E chi è incompetente non ce l’ha, quindi non si rende conto di quanto gli manca.
Fin qui tutto chiaro, giusto? Ma cosa succede se allarghiamo il quadro e guardiamo non solo al singolo individuo, ma all’effetto che questa dinamica ha su un gruppo? Immagina una persona davvero competente immersa in un ambiente di incompetenti sicuri di sé. È un paradosso crudele: chi sa davvero finisce per dubitare delle proprie capacità, proprio perché è circondato da persone che si comportano come se fossero esperte. Questa situazione è più comune di quanto pensi, soprattutto nei contesti lavorativi. Un professionista preparato, abituato a ragionare in modo critico e a cercare soluzioni complesse, si trova di fronte a colleghi o superiori che prendono decisioni semplicistiche con un’arroganza disarmante. Il problema? Il gruppo tende a seguire chi parla con sicurezza, indipendentemente dalla qualità delle sue idee. E chi è davvero competente, vedendo che le proprie opinioni vengono ignorate o contestate, inizia a dubitare di sé.
E qui arriva il danno vero: la competenza messa in discussione non resta ferma, ma si corrode.
Quando una persona esperta inizia a chiedersi se sia davvero all’altezza, le sue performance peggiorano. Si innesca un circolo vizioso in cui la vera risorsa del gruppo si isola, smette di proporre idee, si adatta al livello degli altri o, nel peggiore dei casi, abbandona del tutto.
Questo è uno dei lati oscuri del principio di Dunning-Kruger: l’incompetenza non si limita a gonfiare il petto dei meno preparati, ma riesce persino a frenare il talento.
La domanda, quindi, è: come possiamo evitarlo? Prima di tutto, creando ambienti in cui la competenza venga riconosciuta e valorizzata. Significa ascoltare le persone più preparate, anche quando le loro idee sembrano meno immediate. Significa dare spazio al dubbio come segno di profondità, non di debolezza. E significa anche formare le persone meno competenti, perché l’incompetenza sicura di sé non è una condizione immutabile, ma una conseguenza della mancanza di conoscenza.
Chi è competente deve sapere che il proprio valore non dipende dalla quantità di persone che lo riconoscono, ma dalla qualità del contributo che può offrire. Ma è compito dell’intero sistema, e soprattutto di chi guida, creare le condizioni perché quel valore emerga, senza che la presunzione altrui lo soffochi.
In fondo, non c’è niente di più pericoloso di un ambiente in cui tutti si credono esperti, tranne chi lo è davvero.